Il 4 febbraio, a Firenze, si è tenuto il convegno “Servizi pubblici locali e democrazia”, promosso da Confservizi Cispel Toscana e Ti Forma, un momento di confronto aperto sul ruolo dei servizi pubblici in una fase storica segnata da profonde trasformazioni economiche, sociali e istituzionali. Ad aprire i lavori è stato Nicola Perini, presidente di Confservizi Cispel Toscana e Publiaqcua, che ha richiamato la necessità di una riflessione non più rinviabile sulla funzione dei servizi pubblici locali nella tutela della qualità della vita, nella coesione sociale e nella tenuta stessa del sistema democratico,
Un tema che riguarda da vicino anche Publiacqua e, più in generale, il mondo delle utility pubbliche: aziende che operano ogni giorno a contatto diretto con i cittadini e che, proprio per questo, sono chiamate a coniugare efficienza, equità e responsabilità pubblica. In un contesto globale segnato dall’aumento delle disuguaglianze, dalla concentrazione della ricchezza e da una crescente distanza tra economia reale e finanza, i servizi pubblici possono rappresentare – secondo Perini – uno strumento concreto per contrastare queste dinamiche e rafforzare il legame tra istituzioni e comunità.

A margine del convegno, Nicola Perini, ha approfondito questi temi in una lunga intervista su Greenreport, offrendo una lettura ampia e senza filtri sui rischi che oggi corre la democrazia, sul rapporto tra capitalismo e bene comune, sul ruolo del lavoro e sulle sfide poste dalla transizione digitale e dall’intelligenza artificiale
Di seguito pubblichiamo l’intervista integrale, come contributo al dibattito e come occasione di riflessione sul valore civico dei servizi pubblici locali e sulla responsabilità che essi hanno nel costruire modelli di sviluppo più giusti, inclusivi e sostenibili.
Presidente, perché parliamo di rischi per la democrazia?
Perché ci troviamo in una fase in cui varie dinamiche mettono in discussione i valori che sono per noi fondamentali. E il contesto internazionale di oggi accelera questa crisi aggravando fenomeni che erano già in corso. La finanza speculativa sta distruggendo l’economia reale e questo ha un impatto crescente sulla vita di tutti, a tutte le latitudini: dagli anni ’90 il peso della finanza e dei mercati è cresciuto costantemente, e oggi vale nove volte l’economia reale. Da una parte abbiamo accettato la separazione tra etica ed economia, dall’altra abbiamo anche accettato l’esistenza di una “doppia morale” per la finanza, che agisce quindi priva di qualunque principio etico. È stata l’ingordigia del mondo occidentale dagli anni ’70 che ha consentito la nascita di pratiche come il land grabbing o i paradisi fiscali. Questa è l’affermazione di quei sistemi che nel 1987 Papa Giovanni Paolo II identificò come “strutture di peccato” nell’enciclica “Sollicitudo Rei Socialis”, un sistema finanziario che emargina i più deboli e concentra le ricchezze nelle mani di pochi.
Qual è la sua lettura di questo fenomeno e quali dinamiche ritiene più pericolose per la tenuta del nostro modello economico e democratico?
Il più evidente e dannoso esito sono le disuguaglianze: la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone e poche società in questi anni ha visto una tremenda accelerazione, e lo dice chiaramente l’ultimo rapporto Oxfam: in soli cinque anni il valore dei patrimoni dei miliardari globali è cresciuto dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più ricchezza del 50% più povero dell’umanità. Assistiamo a questo anche in Italia: tra il giugno 2024 e il giugno 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta del 3,6%, passando da 10.610 miliardi a 10.990 miliardi di euro, ma quasi due terzi di questa crescita (il 64%) sono stati appannaggio del 5% delle famiglie più facoltose; quasi nello stesso arco di tempo la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata, in termini reali, di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un valore complessivo di 307,5 miliardi di euro, detenuto da 79 individui. Questo è frutto di regole strutturali, che moltiplicano i guadagni dei più ricchi e delle economie più prospere, ma distruggono la dignità umana e il bene comune perché tolgono agli altri. Lo vediamo anche nelle aziende: siamo passati dagli imprenditori ai fondi d’investimento, che utilizzano manager proiettati alla crescita immediata a tutti i costi. È indicativo il divario tra i guadagni dei top manager e i loro dipendenti: negli anni ’60 Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, guadagnava circa 12 volte lo stipendio di un suo operaio. Oggi i guadagni dell’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, sono valutati tra le 800 e le 1.000 volte lo stipendio di un operaio. Un divario reso possibile dalla finanza, non certo dai sistemi industriali. Queste dinamiche oggi vengono addirittura esaltate: i multimiliardari e i grandi gruppi si vantano dei loro immensi patrimoni e hanno originato una “teologia della prosperità” secondo la quale ricchezza e felicità sono il segno di una benedizione divina, mentre povertà, malattia e infelicità sono, al contrario, una colpa. E queste élite dominano attivamente mercato, politica e istituzioni.

Come si riflette questo nella nostra realtà?
Influenzando le scelte: si fa passare il concetto che la crescita sia tutto quello che necessita ad una comunità. L’aumento del Pil è il ‘valore’ più importante, l’ossessione degli indici economici condiziona l’attività delle aziende, anche di chi è al servizio della collettività. Al contrario, questi anni hanno dimostrato il fallimento della “trickle-down theory”, la “teoria dello sgocciolamento” che ha regolato le politiche economiche dagli anni ’80 in poi, secondo cui l’aumento della ricchezza si sarebbe esteso anche alle classi meno abbienti. Invece, oggi, vediamo che i maggiori guadagni si concentrano, e restano, nelle mani di pochissimi.
La crescita delle diseguaglianze, la concentrazione della ricchezza, quali rischi comportano?
Lo ha spiegato quasi un secolo fa il giurista statunitense Louis Brandeis, con una frase oggi purtroppo tornata attuale: “Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose insieme”. È quello a cui stiamo assistendo oggi, con élite finanziarie che stanno dominando il potere economico e politico. Lo stiamo vedendo negli Stati Uniti. “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”, ha affermato Peter Thiel, il miliardario a capo di Palantir, ovvero: la democrazia, intesa come governo della maggioranza, limita la libertà economica e il potere degli individui, mentre il capitalismo ha bisogno di una “macchina della libertà” che renda il mondo sicuro indipendentemente dai processi democratici. Ma la spinta a mettere in discussione la democrazia non arriva solo dalle élite, come ha sottolineato il presidente Mattarella parlando all’assemblea di Confindustria nel 2023 e ricordando come gli effetti della Grande Depressione del 1929 aprirono la strada al nazismo: “La crisi del capitalismo, in quegli anni, mise in discussione anche gli ordini politici esistenti, registrando un diffuso malcontento verso la democrazia, ritenuta noiosa e inefficace rispetto ai totalitarismi che si erano affacciati e che si stavano consolidando … in alcune situazioni europee, come è noto, la crisi economica concorse alla crisi della democrazia ed ecco perché, al contrario, un’economia in salute contribuisce al bene del sistema democratico e della libertà, alla coesione della nostra comunità”.
Ma capitalismo e democrazia non sono stati sempre considerati inscindibili?
Dagli anni ‘90 si è perso un vincolo stringente del capitalismo, ovvero che questo sistema economico potesse svilupparsi solo nella democrazia. Ma questo non è più vero, perché il capitalismo è stato sposato da paesi come la Cina o la Russia, Stati che non hanno quelle che potremmo definire complessità, ma anche “buone regole di contrappesi”, per la salvaguardia dei diritti collettivi. E questa mancanza li fa sembrare modelli di efficienza persino migliori dei Paesi democratici. Ma la democrazia è retta anche da questi contrappesi, per cui dobbiamo trovare l’efficienza dentro questo sistema complesso, altrimenti perdiamo il valore della democrazia e rincorriamo i modelli totalitari. Il nostro concetto di efficienza sta dentro le regole democratiche. Ed è questo il concetto della grande responsabilità del pubblico: non alimentare questa tendenza. Ma se il pubblico non agisce in questo senso, contribuisce a farla crescere.
Nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale quali scenari si aprono?
Il quadro oggi è ancora più preoccupante: lo sviluppo di queste tecnologie sembra non avere limite, è puro post-umanesimo, addirittura con la tentazione di sperimentare soluzioni bio-tecnologiche al di là dell’etica. Le nuove tecnologie, l’AI, se non impariamo e soprattutto non insegniamo a gestirle, potrebbero portare alla sostituzione dell’uomo con la macchina, amplificando la concentrazione della ricchezza nelle mani di chi ne ha il controllo, portandoci in breve alla perdita di un enorme numero di posti di lavoro e ad una ulteriore marginalizzazione dell’uomo. La transizione digitale va invece governata, è un procedimento complesso ma necessario perché l’AI sia un’alleata degli strumenti di sviluppo, e non di retrocessione della dignità dell’essere umano.

Come è possibile contrastare le disuguaglianze?
L’alternativa a questo modello è nel paradigma dell’Economia Civile, con elementi concreti di aiuto che potranno arrivare dalla Sussidiarietà circolare, un modello di governance utile a promuovere la figura dell’imprenditore e necessario a sviluppare il bene comune, anche tutelando il lavoro e i lavoratori. Dobbiamo riscoprire la funzione strategica degli imprenditori, che sono un tassello importante di un nuovo Umanesimo. Oggi invece il sistema produce una grave crisi industriale che non risparmia neppure la nostra regione, e una delle ragioni è la diminuzione significativa delle figure imprenditoriali, una forte contrazione di iniziativa che impoverisce paurosamente di opportunità lavorative intere aree. La finanziarizzazione dell’economia ha portato la proprietà delle società nelle mani dei grandi fondi e la gestione ad essere affidata ai manager, orientati all’ottimizzazione nel breve del risultato economico. Ma l’industrializzazione e la crescita non passano dai manager. Lo vediamo nella crisi dei nostri distretti. Questo avviene anche perché gli imprenditori sono mortificati da un sistema disincentivante. Innanzitutto, dal divario fra la facile e rapida redditività della finanza e la scarsa redditività delle aziende di mercato: negli ultimi quattro anni in Italia il dato medio della redditività è stato, per le aziende, del 4% – contro il 38% del sistema bancario, che si alimenta anche dai proventi del debito alle aziende e dai nostri depositi – e dal 28% delle Public Utilities, attraverso le bollette, ovvero da sistemi che dovrebbero essere regolati a difesa dei consumatori. E nello stesso periodo di tempo, le buste paga dei lavoratori sono diminuite del 9% e hanno perso l’11% del potere d’acquisto. Ed è poi lo stesso sistema fiscale ad essere filosoficamente sbagliato: mira, infatti, a tassare il salario ed il profitto e a liberare la rendita, mentre sarebbe indispensabile invertire questo modello, alleggerendo il peso della fiscalità su salario e profitto e tassando maggiormente la rendita. Infine, anche da parte della pubblica amministrazione c’è da sempre un atteggiamento fortemente negativo verso l’iniziativa privata, vista continuamente come un pericolo, come nel caso di rischi ambientali.
Dovremmo quindi ripensare alle aziende, a come sono strutturate oggi?
Dobbiamo ripensare principalmente al lavoro, e a come indice sulla qualità delle nostre vite. Il lavoro non è solo un diritto, non è solo reddito: è un bene primario fondamentale per la realizzazione dell’essere umano. Deve essere giusto, pagare giusti contratti e tutelare i lavoratori, ma soprattutto deve essere dignitoso, senza umiliare la persona e consentendo di affermare la propria identità ed indipendenza. Il lavoro è la principale realizzazione dell’essere umano. Invece troppe aziende, anche pubbliche, sono governate con metodi tayloristi.
Dalla riflessione su temi di questa importanza quali risposte si aspetta?
L’incontro ha la funzione di condividere informazione e sarà prezioso il contributo che potranno dare due docenti di grande capacità come Biggeri e Simoncini. Cercheremo di capire se i servizi pubblici possono contrastare queste prospettive ed essere uno strumento per le pubbliche amministrazioni per dare risposte alla nostra comunità. Non vorremmo che la Toscana, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, perdesse l’occasione di proporre un modello nuovo e ci limitassimo a utilizzare lo stesso linguaggio e le stesse dinamiche che vediamo in tutto il mondo, rinunciando alla possibilità di dare risposte di civiltà importanti. Dobbiamo sentire la responsabilità di mettere in campo pensiero e azione, cercando di condividere tutti insieme questi aspetti e di individuare le funzioni condivise affinché i servizi pubblici possano essere una leva positiva e importante.
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