I “forzieri d’acqua dolce” del pianeta stanno svanendo e questo processo avviene più velocemente rispetto a quanto previsto fino a qualche decennio fa. Le conseguenze innescate dal cambiamento climatico, l’effetto serra e il surriscaldamento globale stanno causando un progressivo scioglimento dei ghiacciai o, per dirla come gli esperti, una vera e propria “fusione” dei ghiacciai. La situazione peggiore si è venuta a creare negli ambienti alpini, anche in Italia.
Dal 2000 a oggi, in media, ogni anno sulla Terra si perdono 273 miliardi di tonnellate di ghiaccio, senza prendere in considerazione Groenlandia e Antartide. Gli ultimi dati arrivano dallo studio compiuto da oltre 450 ricercatori per il Glacier Mass Balance Intercomparison Exercise (GlaMBIE), iniziativa internazionale coordinata dal World Glacier Monitoring Service dell’Università di Zurigo. Stando all’analisi, pubblicata sulla rivista scientifica Nature, dal 2012 in poi si è registrata un’accelerazione con il 36% in più di ghiaccio sciolto rispetto agli 11 anni precedenti. Ne abbiamo parlato con Fabrizio de Blasi, glaciologo del CNR-ISP, l’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Il cambiamento climatico e gli effetti sui ghiacciai
“La fusione dei ghiacciai negli ultimi decenni è aumentata ovunque – dice de Blasi –. Una delle aree maggiormente colpite è quella delle Alpi centrali, a cavallo tra Italia, Svizzera e Austria: se a livello mondiale, dal 2000 al 2023, tutti i ghiacciai montani hanno perso circa il 5,5% della loro massa, sulle Alpi centrali si è registrata una diminuzione ancora più drastica, di circa il 40%. Questo perché qui le temperature sono più alte, a causa della zona climatica e dell’orografia, con rilievi che non arrivano a toccare i 5.000 metri”.
Un’emergenza, tant’è che il 2025 è stato dichiarato dall’ONU l’anno internazionale dedicato alla protezione dei ghiacciai, tema a cui è stata dedicata inoltre la Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo. In Italia la situazione più preoccupante riguarda le Alpi tra Lombardia e Trentino, oltre a quelle del Friuli-Venezia Giulia. “La maggior parte dei ghiacciai italiani si trova sui versanti sud e quindi subisce un’insolazione più rilevante rispetto, per esempio, ai ghiacciai svizzeri o austriaci – chiarisce l’esperto -. In Italia dal punto di vista glaciale viviamo una delle situazioni più negative. Sulle Dolomiti l’unico importante ghiacciaio sopravvissuto è quello della Marmolada, che però sta soffrendo in maniera significativa”.

Clima e mare: le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai
Le conseguenze sono devastanti: la fusione dei ghiacciai sta mettendo a rischio interi ecosistemi ed è al secondo posto tra i fattori che contribuiscono all’innalzamento del livello del mare. Tra il 2000 e il 2023, dice la ricerca del GlaMBIE, i ghiacciai hanno perso in totale 6.542 miliardi di tonnellate di ghiaccio, contribuendo all’innalzamento del livello marino globale per 18 millimetri. Parallelamente stiamo perdendo il più grande archivio climatico della Terra, perché nel ghiaccio sono immagazzinate le “informazioni” dell’aerosol atmosferico che si è depositato sul manto nevoso, strato dopo strato, durante centinaia di migliaia di anni.
In questo quadro, si sta generando un pericoloso corto circuito climatico, spiega il ricercatore. “La fusione del permafrost, ossia del terreno congelato, può rimettere in atmosfera moltissimo carbonio che era stato stoccato nel ghiaccio durante il corso degli anni. Le zone più interessate sono la Siberia e l’area della tundra artica”. Proprio uno studio coordinato dal CNR-ISP e svolto in collaborazione con altri enti internazionali ha analizzato il fenomeno dell’Arctic greening: la vegetazione al circolo polare artico si sta espandendo a una velocità senza precedenti, in un ambiente che finora era coperto da neve o ghiacci. Questa crescita della tundra non è però iniziata adesso, bensì è cominciata circa un secolo fa.

Diminuiscono le riserve di acqua dolce (anche in Italia)
L’assottigliarsi del ghiaccio montano inoltre pone seri problemi per l’approvvigionamento idrico, soprattutto nei territori dove tali risorse sono vitali per le comunità locali, come in Asia centrale e sulle Ande. I contraccolpi si fanno sentire pure in Italia, sottolinea Fabrizio de Blasi. “I ghiacciai vengono considerati dei veri e propri serbatoi di acqua allo stato solido e grazie a loro è stato possibile ‘tamponare’ le situazioni di siccità degli ultimi anni. Ad esempio, in Italia durante le estati particolarmente siccitose del 2003 o 2022, il 30% della portata del Po a Pontelagoscuro, vicino alla foce del Delta del fiume, derivava dal contributo glaciale”.
L’autonomia idrica si sta quindi progressivamente riducendo per effetto dell’innalzamento delle temperature in quota. “Quando i ghiacciai avranno raggiunto il loro ‘punto limite’, ossia saranno scesi sotto la soglia per cui possono fornire potenzialmente il massimo contributo ai deflussi in fondovalle, non dovremo fare i conti solo con una siccità causata dalle poche piogge, ma questo fenomeno sarà aggravato anche dal mancato afflusso di liquido dai ghiacciai e dal manto nevoso stagionale. Sulle nostre Alpi ormai quasi tutti i ghiacciai minori hanno superato il punto limite, alcuni già negli anni Ottanta, altri a partire dal 2000”.
Le conseguenze sono evidenti, ma cosa fare contro lo scioglimento dei ghiacciai?
La situazione è allarmante e la fusione dei ghiacciai è uno degli effetti più disastrosi del cambiamento climatico. Possiamo fare ancora qualcosa, affermano gli esperti, ma dobbiamo muoverci velocemente e con politiche internazionali uniformi. “Ormai non esiste alcun modo di far tornare i ghiacciai alla situazione di 10 o 15 anni fa. Ciò che è perso non è recuperabile, però possiamo preservare quello che resta – mette in guardia de Blasi –. Soluzioni meccaniche, come sparare neve sopra i ghiacciai o peggio coprirli con teli, non rappresentano misure efficaci per arrestare la loro ritirata e ottenere risultati duraturi. Per cercare di arginare il problema dobbiamo agire in maniera indiretta sul clima con la riduzione dei gas climalteranti, per riuscire a contenere l’aumento delle temperature a +1,5 °C”.

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